Il Dio dalle corna di toro

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Il Dio dalle corna di toro

Il dio dalle corna di toro. Frammenti estatici è un progetto drammaturgico che si sviluppa
entro una riflessione sul concetto di “dionisiaco”. Dioniso, un dio sconcertante, feroce e
magnanimo, suscita timore e devozione. Un nume proteiforme e sfaccettato: il dio che
distrugge ogni confine, annienta, trasforma e potenzia l’interiorità umana. Egli è ebbrezza,
contraddizione e alterità.
L’uomo estraniato da sé – sradicato – si congeda e si distacca da ogni terrena inanità.
Ogni onta, ogni ruolo, ogni memoria, ogni suolo o patria, ogni sponda, ogni volto scivola
inconsistente, svuotato, svincolando l’individuo dalla greve singolarità dell’io. Un uomo
divelto lambisce senza timore l’immenso dolore insito nella propria infondata condizione;
un uomo intorpidito si desta, contemplando l’insussistenza che attanaglia l’effimera
esistenza.
Uno slancio interiore lo conduce all’invasamento mistico – trance –, all’alienazione
estatica di sé; il pagano sentore si rivela, rifulge divino, dilania e vanifica ogni precedente
certezza, ogni supposto significato.
Tale studio diviene, altresì, atto sincretico che, mediante un sottile intreccio introspettivo di
voce, percussione e movimento, accoglie e re-interpreta ritualità ancestrali subsahariane
(Burkina Faso, Costa d’Avorio), condensando e liberando in un frenetico crescendo di
percussione e danza l’ilare afflizione umana, raggiungendo l’acme dell’esperienza
conoscitiva. Un uomo trasfigurato dunque, trasformato, affine alla natura primeva. Un
essere affrancato, luminoso infrange ogni ambascia, dimentica ogni circoscritta identità;
emerge un sentimento rinnovato, proteso verso un inconosciuto assoluto.
Il corpo ascolta – esausto coagulo di sopite passioni –, osserva, interpreta: un corpo
smanioso, delirante, scarifica la superficie, si immerge in sé, frantuma gli argini del proprio
dolore in gesti catartici. Esonda e si riconosce, attraversato dall’instabile divenire.
Un percorso drammaturgico che intende sondare e accrescere l’interiorità (thymòs) umana
nel suo silenzioso e incomunicabile affrancamento, scevra da inconsistenti pretesti
rappresentativi.
Un ardore denso, violento, doloroso, gradatamente diluito vanisce nella sconvolgente
nitidezza della contemplazione, intrisa da detriti di necessaria consapevolezza.

L’uomo rinsavito, rinnovato, pago cede all’assenza, all’assurdo, sfiorando l’ineffabile
riverbero della vana unicità che lentamente sfuma nella feconda, ignota molteplicità del
tutto.